giovedì 3 maggio 2007

Il fallimento americano

Oltre centomila soldati impegnati al fronte, 4 anni di guerra, una media di 50 morti al giorno a causa degli attentati dinamitardi, una nazione divisa che vede il suo Presidente porre il veto ad una risoluzione del congresso. Soprattutto non s’intravede la famosa luce alla fine del tunnel..
È questa la situazione irachena oggi.
L’intervento americano è stato un errore. Non per le sofferenze arrecate alla popolazione civile irachena, non perché fondato sulle menzogne delle armi di distruzione di massa e, infine, non perché ha già causato la morte di quasi 4.000 soldati americani. No, questi sarebbero stati prezzi da pagare “volentieri” se l’intervento a stelle e strisce (che il sottoscritto caldeggiava nel gennaio-febbraio del 2003) avesse realizzato le promesse sbandierate dall’amministrazione statunitense: creazione della democrazia in Iraq, effetto domino ed ondata liberale in tutto il medioriente, accerchiamento e neutralizzazione dell’Iran, soluzione della questione palestinese, rinascita dell’industria petrolifera irakena. In breve, la creazione di uno stato modello, florido e democratico, nel cuore del medioriente arabo e musulmano. Queste previsioni non si sono avverate e, molto probabilmente, non si avvereranno mai. Oggi l’Irak è uno stato sull’orlo della guerra civile, squassato da un’insorgenza che ha dimostrato di poter colpire anche dentro la famosa green zone. Mentre sunniti e sciiti regolano i loro conti i curdi sono praticamente usciti di scena, mai citati nei telegiornali, amministrano le loro terre al nord, di fatto divisi dal resto del paese. La situazione palestinese non ha risentito positivamente della presenza americana nella regione e del cambio di regime. Lo stallo politico creatosi con la vittoria di Hamas fa il paio con l’escalation del confronto tra Israele ed Hezbollah in Libano. Il processo di proliferazione nucleare iraniano resta attivo e la minaccia di una bomba sciita spaventa tanto gli USA ed Israele quanto l’Arabia Saudita e le gerarchie sunnite degli altri paesi arabi. La situazione economica irakena rimane disastrosa. L’industria petrolifera non decolla e non decollerà mai fino a quando sarà possibile far saltare in aria impianti ed oleodotti con la facilità d’oggi. La mancata sicurezza mina la ripresa economica. Il famoso cane che si morde la coda.
Gli Stati Uniti hanno fallito perché non hanno raggiunto i loro obiettivi dichiarati mentre i costi materiali e politici crescono di giorno in giorno.
All’Accademia di West Point s’insegna a “non fortificarsi dietro ad un errore”. Per quanto risulti essere doloroso ammettere la sconfitta è necessario incassare il colpo e rivedere le proprie mosse perché la storia continua anche dopo l’Irak.

Roberto

1 commento:

Anonimo ha detto...

Per quanto io sia stato fin da subito contrario all'intervento in Iraq, ritengo che non sia possibile abbandonarlo ora. Soprattutto per gli USA. Hanno causato la guerra civile a cui assistiamo in questi giorni ed ora hanno il dovere morale, dato che tutti i loro interventi sono giustificati in tal modo, di ricostriure per davvero.