Da qualche anno si parla di una possibile forte collaborazione strategica tra Cina ed India. Cindia sarebbe un gigante formato da quasi 2 miliardi e mezzo di abitanti, ovvero oltre il 40 per cento della popolazione del pianeta. Senza dimenticare un altro 20 per cento di popolazione globale che risiede in Paesi che stanno diventando sempre più satelliti. Una base da cui partire per l'avvicinamento c'è, ed è la cultura, mentre l'incentivo è la realpolitik. Il buddismo serve a ricordare il legame insito tra le due superpotenze: partito dall'India ha trovato piena espressione in Cina. L'economia è utile invece a rimembrare come siano complementari. Il decollo tecnologico della tigre e l'abbondanza di capitali del dragone sono un ottimo mix per favorire intese. Soprattutto se la prima è povera di capitali e la seconda di know-how tecnologico. A questo si deve poi aggiungere la necessità comune di trovare materie prime, fondamentali per la crescita. Per quanto riguarda invece l'ambito militare, tra il 2003 ed il 2005 ci sono stati diversi incontri tra Ministri della Difesa: Cao Gangchuan per la Cina e Pranab Mukherjee per l'India. Si è parlato della possibilità di tenere manovre militari congiunte e di antiterrorismo. I due Paesi hanno preoccupazioni comuni rispetto alla minaccia del fondamentalismo isalmico. L'argomento più spinoso rimane la disputa sui 3500 Km di confine, nonostante l'accordo siglato nel 2004. Il punto cruciale è il Kashmir, di cui circa un terzo è stato ceduto unilateralmente dal Pakistan alla Cina. Questo strettissimo ed antico legame tra Pechino ed Islamabad è testimoniato da un accordo del 2005 del valore di 600 milioni di dollari che permetterà allo stato mussulmano di avere 4 fregateF22P, di modernizzare alcune infrastrutture portuali e di ricevere tecnologia di difesa marittima. Tutto ciò motiva e giustifica le titubanze indiane, che hanno favorito le politiche di U.S.A. ed U.E., mirate a far saltare la nascita di un gigante che le schiaccerebbe. Cindia infatti tra 30 anni, secondo studi internazionali, produrrà il 42 per cento del Pil mondiale, lasciando agli U.S.A. il 23 per cento e all'Europa solo il 16. Innanzi a tale prospettiva il governo degli Stati Uniti d'America è intervenuto cosi decisamente da proporre all'India un negoziato sul nucleare pur di far saltare la nascita del gigante. Dall'altra parte c'è stata una U.E. che ha deciso di dimenticare i Diritti dell'Uomo e l'embargo delle armi imposto alla Cina pur di attirare a se i capitali del dragone. L'Occidente ha minato i legami tra i due Paesi asiatici incuneandosi laddove gli è stato concesso lo spazio per farlo cosi da tutelarsi, anche al costo di fare grosse concessioni in cambio di poco (U.S.A.) o nulla (U.E.). Vanno cosi interpretate le posizioni dei Paesi europei e di George W. Bush. Quest'ultimo nel Marzo dello scorso anno ha ottenuto l'unico successo in politica estera della sua amministrazione: una collaborazione in materia di politica energetica con il governo di New Delhi. Questo è stato l'accordo che ha posto fine ad ogni possibile collaborazione strategica tre le due superpotenze asiatiche. Gli americani hanno riconosciuto all'India uno status speciale in virtù del quale potrà ricevere prodotti sensibili per il nucleare come ad esempio l'uranio arricchito, con un'unica emblematica clausola: l'A.I.E.A. dovrà avere accesso al 65 per cento delle installazioni nucleari fino al 2014. I restanti otto reattori resteranno sotto controllo esclusivamente indiano e potranno essere utilizzati per scopi militari. Per quanto esiguo, il margine di vantaggio dell' Occidente rimane ancora tutelato. Per quanto ancora non è dato sapersi.
Guglielmo
sabato 5 maggio 2007
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